Primo censimento dei game developer italiani su Repubblica.it

Repubblica ha pubblicato ieri un articolo che mette alla luce alcune statistiche relative agli sviluppatori di giochi (game developer) italiani, facendo un primo vero e proprio censimento.

Il censimento è stato commissionato da Aesvi, un’importante associazione di editori di videogame, ed è stato effettuato dal Centro di Ricerca Ask della Bocconi.

Dall’indagine è emerso che in Italia ci sono in totale circa 80 aziende che sviluppano videogames e la maggior parte di sviluppatori di videogiochi ha un età che va dai 30 ai 50 anni. Solo una piccola minoranza hanno meno di 30 anni. I giovanissimi (meno di 24 anni) sono addirittura meno del 10%.

Ciò che ho trovato più interessante però è la conferma di ciò che penso ormai da tempo: il mercato dello sviluppo per console è in una fase di stallo, in declino, e il futuro sarà sempre più legato alle App. Perchè ?

App vs. console. Il calo del mercato dei videogame tradizionali, fra prezzi troppo alti, costi di produzione stellari e concentrazione delle maggior parte delle vendite su pochi di titoli, sembra ormai un trend difficile da invertire. Anche se istituti di analisi come la Dfc Intelligence sostengono il contrario: da qui al 2017, grazie alle console di nuova generazione con il Wii U di Nintendo in testa, si passerà dai 50-60 miliardi di dollari di oggi ad oltre 80 miliardi di dollari. Ma al di la di quel che farà il mercato delle console e i videogame legati ad esse, è la crescita del mondo delle app che a noi interessa. Molto più accessibili, è infatti possibile svilupparle con budget bassi, sono in forte ascesa senza possibilità di smentita. Oggi quello delle app è un settore che vale fra gli 11 e i 15 miliardi di dollari stando a Idc o Gartner, mentre nel 2010 ne valeva appena 5.5. In tre anni arriverà a 25 miliardi di dollari, dei quali 8.5 (la stima di Markets and Markets) generati in Europa.

Lo sviluppo dei giochi per console è aperto solo a poche aziende che possono permettersi grossi investimenti e grossi budget, oltre che bisogna entrare nelle grazie dei vari produttori di console come Sony, Nintendo, ecc… Sviluppare giochi sottoforma di app richiede invece un budget inferiore, e sopratutto si ha la possibilità di pubblicarle autonomamente, senza dover stringere rigidi contratti di partnership con i prodottori di hardware. In questo modo gli sviluppatori più esperti possono produrre più giochi senza incorrere in grosse spese di produzione, la quantità di giochi per l’utente aumenta considerevolmente (Google Play ha annunciato recentemente di aver superato la soglia di 25 miliardi di download dal suo marketplace di App per Android), la concorrenza aumenta, i prezzi dei giochi si mantengono bassi (rispetto a quelli dei giochi per console quanto meno) e la qualità media aumenta complessivamente se si vuole stare a galla.

E’ anche vero che allo stato attuale i giochi per smartphone e tablet sono lontanamente paragonabili a quelli per console (anche, e forse sopratutto, per le limitazioni hardware), ma sono fiducioso che nel prossimo futuro vedremo il mercato delle App approdare definitivamente anche nelle console (come sappiamo il processo è già iniziato, per es. con il mercato dei giochi Indie nella Xbox 360, cioè quei giochi che possono essere sviluppati da qualsiasi sviluppatore e pubblicati nella sezione Xbox Live Indie Marketplace, o con la possibilità di sviluppare App per PS Vita tramite il PlayStation Mobile Developer Program, opportunità attualmente in fase open beta, che Sony introdurrà definitivamente nei prossimi mesi). Attualmente quindi le console sono vincolate prettamente al mercato tradizionale, e stentano ancora a passare definitivamente alla logica delle app e del marketplace aperto.

Il boom degli ultimi tre anni. Poco più della metà delle 80 aziende che formano l’intero patrimonio nazionale nello sviluppo di videogame, il 56%, si è formata da meno di tre anni. Dunque è nata sull’onda della rivoluzione degli smartphone e dei loro ecosistemi digitali fatti di app. Google del resto ha appena festeggiato 25 miliardi di applicazioni scaricate dal suo store Google Play qualche giorno fa, Apple ha fatto lo stesso a maggio. Non a caso da noi il 37% dei game designer lavora su tablet e cellulari che usano come sistema operativo soprattutto quello di Cupertino e in seconda battuta quello di Mountain View. Molti anche quelli che hanno scelto il pc, ma la fotografia non è ad una risoluzione tale da permettere di capire il livello tecnico delle produzioni. Di certo quelle per console, che richiedono investimenti ormai hollywoodiani, sono appena l’11%.

L’indagine pubblicata su Repubblica analizza inoltre i ricavi medi degli sviluppatori di videogames in Italia, secondo la quale il 27% ha un guadagnano che non arriva a 1000 euro, mentre buona parte delle società che sviluppano videogiochi in Italia ha dei ricavi di tutto rispetto.

I dati quindi sono sicuramente confortanti, e mostrano come lo sviluppo di giochi in Italia è, e può esserlo ancora di più, un settore redditizio su cui il Governo dovrebbe investire di più.

Fonte: Repubblica.it

2 pensieri su “Primo censimento dei game developer italiani su Repubblica.it

  1. Ezio Primogenito

    Ciao, sono arrivato sul tuo blog per caso leggendo la tua interessante analisi spunto dell’articolo di repubblica. Sono un appassionato di telefonia e la cosa che mi sono sempre chiesto è, ok le software house riescono a vivere di giochi. Ma un programmatore solo, indipendente, riesce a vivere delle proprie app? O forse è principalmente la passione a movere i piccoli sviluppatori verso le app? Come analizza l’articolo di repubblica solo 3 su 10 riescono a vivere di app, gli altri…di cosa vivono??? Senza voler entrare nel tuo conto bancario (di questi tempi si è tutti a rischio controllo finanza :D) ma si vive di app?

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    1. admin Autore articolo

      Ciao Ezio, dipende da come ti muovi, da che app fai, e da altri fattori. Quello delle app è un settore nuovo, quindi non c’è moltissima concorrenza (anche se adesso inizia a farsi sentire), quindi le probabilità che si riesca a guadagnare per vivere c’è. Io personalmente ho fatto di questo settore il mio lavoro, dimettendomi dal lavoro da dipendente che avevo prima (sviluppatore web), è comunque un settore rischioso, perchè adesso va bene perchè è innovativo, ma come per tutte cose bisogna stare attenti a rimanere sempre aggiornati sulle ultime evoluzioni della tecnologia per non rimanere indietro.

      Poi dipende anche da come vuoi guadagnare: se vuoi lavorare su commissione sviluppando app per i clienti, oppure se vuoi sviluppare app e pubblicarle autonomamente. Io ho scelto la seconda strada. Ognuna ha i suoi pregi e i suoi difetti, ma la prima per come vanno le cose in Italia e per come ragionano mediamente i clienti credo sia più in salita.

      Comunque nell’articolo di Repubblica si parla soltanto di un 27% di aziende italiane che in questo campo non riesce a guadagnare cifre consistenti. Il resto sembrerebbe di sì, con un altro 27% che addirittura arriva oltre i 100.000 euro all’anno.

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